Blog di scienza e tecnologia con articoli e riflessioni personali
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Gemelli: due robot esperimentali

Questa pagina è piuttosto particolare perché invece di descrivere un robot già fatto penso di realizzare un lavoro “in progress” a modo di diario di costruzione. Nel momento che scrivo questo testo, i robot sono solo un’idea. La pagina è soprattutto di carattere didattico perché non darò niente per scontato: si parte dal desiderio di costruire i robot avendo solo una discreta conoscenza di elettronica e di robotica. Non curerò molto la sintassi dei testi e troverete a volte lo sviluppo di parti che poi alla fine verranno modificate o persino eliminate dal progetto man mano che si prosegue con i lavori. Non c’è una data di scadenza, il progetto potrebbe impegnare mesi oppure anni. E’ un progetto “aperto” e vorrei avere il contributo dei lettori a livello di proposte, critiche e suggerimenti. La cosa più bella sarebbe la formazione di un gruppo di lavoro attraverso Internet con la costruzione di altri robot. Ho creato un apposito FORUM o bacheca di questo progetto dove potete lasciare i vostri commenti e xxx.

Il progetto:

1. Desidero costruire 2 robot identici per poter esperimentare le tecniche comportamentali di collaborazione tra robot.

2. I robot devono essere capaci di muoversi con ruote. Adotterò il sistema usato per SAM con due ruote motrici e un ruota libera di appoggio della struttura.

3. A differenza della maggior parte dei robot di questo tipo che usano un solo microprocessore, vorrei usare un sistema di controllo distribuito con alcuni microprocessori (intelligenza distribuita) seguendo la linea di ricerca del MIT.

4. I robot devono essere in grado di sopravvivere da soli e perciò devono essere muniti di panelli solari e di sistemi che possano amministrare le risorse energetiche.

5. I robot devono essere robusti, funzionali ed esteticamente eleganti, composti da un telaio chiuso, senza cavi o componenti elettronici a vista.

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La macchina

Provo da sempre un’irresistibile attrazione per i posti abbandonati, soprattutto le fabbriche e i macchinari che esse contengono. Macchine di un altro tempo, piene di tubature e cisterne. Solo poche volte sono riuscito ad entrare in una fabbrica abbandonata e ogni volta provavo una sensazione di fascino e paura che mi rimassero imprese nella memoria. Volevo vedere dentro, il centro, arrivare al nocciolo. Non ho cercato una spiegazione psicologica al mio desiderio. Credo sia una ricerca inconscia della mia parte più intima, protetta da un involucro vecchio e impenetrabile. E qualcosa di antico, molto antico. Oggi, dopo tanti anni vissuti pieni di esperienze, i posti abbandonati sono ancora li, nel mio porno italiano, immutabili nel tempo.

Nel mese di ottobre dello scorso anno mi è arrivato un invito via fax per una mostra piuttosto insolita denominata “Il percorso delle lavatrici”. Il foglio stampato era pessimo, a mala pena si riusciva a leggere la data e l’ora per non parlare del luogo: si riconoscevano solo le prime tre lettere. La tematica era descritta vagamente e fra gli artisti partecipanti c’era un certo “Dimitri Pousek” che presentava una scultura denominata “La macchina indemoniata”. Il nome stuzzicò la mia curiosità ma purtroppo non c’erano altri dati che mi aiutassero a capire meglio di cosa si trattava. La cosa è rimasta li fino al mese di novembre quando in una pubblicazione divulgativa di tecno-arte, trovo una citazione della medesima macchina insieme a un disegno che riporto in queste pagine. La cosa mi ha incuriosito a tal punto che da allora ho iniziato una piccola ricerca per conoscere meglio questo lavoro. La ricerca si è svolta con grosse difficoltà, il materiale che riuscivo ad ottenere era incompleto e pieno di contraddizioni fino al punto di non avere certezze sull’autore o sulla qualità dell’opera. In questo articolo riporto alcuni dei testi trovati.

Il marchingegno si ergeva nel centro di una stanza vuota e poco illuminata. Non si riusciva a distinguere bene i contorni, oltretutto perché era di colore nero ma doveva essere di almeno tre metri per tre. Due lampade blu intenso davano un particolare gioco di luce ed ombre. La macchina era composta da contenitori o collettori di liquidi di diverse misure collegati fra loro con delle tubature. L’aria era opprimente e calda come in una serra. Si sentiva un rumore tenue e costante di motori elettrici combinato a un battito compassato. La maggior parte dei contenitori aveva piccole finestre di osservazione di vetro spesso e rotondo a forma di oblò rinforzate da dischi in metallo che permettevano di vedere l’interno delle cisterne.

Mi sono avvicinata al primo cilindro e ho guardato attraverso la finestra. Dentro si vedeva una scena disgustosa. Illuminata tenuemente da un giallo sporco, c’era alla base un liquido viscoso offuscato leggermente da una nebbiolina che rimaneva in superficie. Nel centro, una massa morbida e viscida sommersa nel liquido con dei prolungamenti filiformi che si proiettavano verso l’alto. Una specie di pioggia densa precipitava dall’alto ed scorreva anche sui prolungamenti tenendo bagnata tutta la superficie della massa. Si poteva osservare un persistente rigonfiamento ciclico che dava la netta sensazione di un sostanza viva, addirittura un essere vivente anche se non si scorgevano organi.

Un altro cilindro conteneva una testa d’insetto grande come un pallone di calcio con due occhi segmentati di grosse dimensioni rivolti verso la finestra di osservazione. Dalla base della testa uscivano dei fili e dei tubi metallici dove colava un liquido nero. Qui la luce predominante era viola ma gli occhi emanavano una luminosità propria quasi impercettibile di colore verde. Le antenne come il resto della testa erano pelose e nere. La testa era immobile ma guardando con attenzione si riusciva a percepire una leggera vibrazione carica di tensione. Piccoli oggetti neri come mosche volavano intorno alla testa e per tutto il contenitore.

Interessante l’interno del terzo contenitore. C’era una specie di congegno meccanico che faceva pensare ad un orologio. Un disco metallico con dei segni scavati sulla superficie veniva “esplorato” da una serie di meccanismi snodati che azionavano di conseguenza altri meccanismi disposti per tutto lo spazio interno del cilindro. I movimenti erano lenti e costanti.

Il quarto contenitore aveva un cilindro luminoso di colore blu ed intorno c’erano cubi di diverse misure con dei tubi che uscivano verso l’esterno. La luce del cilindro variava la luminosità velocemente e sembrava girare. I tubi di collegamento erano caldi e appoggiando l’orecchio sulla loro superficie si riusciva a sentire il rumore del passaggio di liquidi.

Intervista a Dimitri Pousek

Dimitri Pousek è un personaggio singolare. La sua biografia e la sua carriera professionale rimangono nel mistero. Usa diversi nomi quando presenta i suoi lavori e non concede interviste. Siamo riusciti a strappare qualche risposta sua quando il guidatore del camion che portava la scultura ci ha indicato il suo aiutante come l’autore dell’opera. Era un uomo sulla quarantina, tarchiato e di piccola statura. ma il suo sguardo era intenso e severo.

Quando ha costruito la macchina?
Tempo fa, non mi ricordo bene.

Cosa voleva simbolizzare con questa scultura?
Non volevo dire niente. Mi piaceva l’idea di racchiudere la schifezza e il pericolo in cilindri ermetici facendo in modo che si potesse vedere cosa c’era dentro. L’osservatore doveva sentirsi sicuro come nello zoo, poter guardare senza sporcarsi. Come al solito…

Perché ha scelto di collegare i cilindri con delle tubature dando l’aspetto di una macchina unica?
Vedevo tutto integrato, interdipendente. Il mondo oscuro che volevo racchiudere doveva comunque alimentarsi, interagire. L’isolamento è solo verso l’esterno ma l’interno fa parte di un’unica cosa.

E perché la forma di una macchina?
Cosa dovrebbe essere in questi tempi che viviamo? Tutto il nostro universo è composto di macchine, forse anche noi siamo delle macchine. L’orrore non viene dalla natura ma dal mondo che pazientemente stiamo costruendo.

Potrebbe descrivere che materiale ha usato per la costruzione?
Ritengo la domanda stupida. A cosa servirebbe se dicesse che ho usato il legno o il metallo? Ho una visione olistica delle cose. Lei come uomo si ritiene solo un’insieme di carbone, acqua e minerali?

Ha fatto altri lavori di questo tipo?
Di questo tipo? Mi piace fare lavori che abbiano dinamicità e quindi a volte devo usare una buona dose di tecnologia.

Ha presentato la macchina in altre mostre?
Non ho interesse di far vedere i miei lavori, li faccio e basta. Ogni tanto qualcuno mi propone di presentare la macchina in qualche mostra ma di solito non accetto. Le poche volte che la macchina è stata presentata non sono mai andato.

Questa volta invece Lei ha assistito alla mostra?
perché non vedevo l’ora di rispondere alle sue domande.

Critica dell’opera

La crisi creativa che vive il mondo di oggi spinge a far passare qualsiasi eccentricità come arte. E  l’esempio più palese lo troviamo in questa creazione pseudotecnologica, più vicina a un teatrino degli orrori che ad un’espressione artistica di merito. L’autore sfrutta una presunta originalità di tendenza che a dire il vero, poco ha di artistico. Possono apprezzare questo marchingegno, gli amici di Star Treek o i nostalgici dei tempi passati quando la tecnologia era un misto fra tabù e mistero. Perciò trovo difficoltà a dare una valutazione all’opera, sia sul piano artistico che sul piano tecnico. E la domanda viene spontanea: cosa voleva rappresentare? La materializzazione delle nostre paure più infantili? Ricreare nello spettatore l’angoscia che qualche secolo fa provocava la visione di una locomotiva? Ormai il concetto è un anacronismo. La stessa linea di pensiero è stata sfruttata fino alla nausea dai servi della prolifica industria cinematografica negli ultimi anni. E quindi, perché parliamo della “macchina”? Forse perché non è frequente trovare questo tipo di contaminazione al di fuori del cinema o dei video games. Tuttavia, l’attraversamento dei confini cinematografici senza uno scopo preciso lo ritengo un gioco alquanto squallido ed inutile. Speriamo che l’autore, consapevole dei sui limiti, non ci propini altri congegni con titoli come “la macchina 2: il ritorno” e usi meglio il suo tempo costruendo oggetti utili alla società.

Nota del traduttore

L’articolo “Arte ed entropia” apparso in “Horizonte” (numero 45 – 1997) parla a grandi linee del progetto della macchina ed è firmato con la sigla C.M. Ulteriori ricerche in materia, mi hanno fatto sospettare che Cristian Maranz sia lo stesso Dimitri Pousek che firma i suoi articoli con un altro nome. Se fosse così, dovremmo considerare la critica della macchina, il prodotto di un patologico sdoppiamento della personalità dell’autore oppure, semplicemente, una simpatica presa in giro.